Il Tamburino dell’800

In questo spazio la Società di Belle Arti (Vendita quadri 800)segnala alcuni eventi d’arte in corso in Italia e all’estero.
Ad essi si aggiungono notizie più o meno strettamente legate al mondo dell’arte, con una focalizzazione sull’Ottocento; in particolare su collezionismo, quotazioni di mercato, esposizioni, film, moda, spettacolo, critica, cronaca, costume etc. (fonti: “Corriere della Sera”, “Il Sole 24 Ore” e “Il Giornale dell’Arte”).
Specifico rilievo è riservato ai cataloghi oramai introvabili delle grandi collezioni storiche di dipinti dell’800, smembrate tra le due guerre attraverso vendite all’asta, proponendone immagini significative e stralci d’introduzioni di quei critici, letterati e appassionati - Ojetti, Cecchi, Somaré, Raffaello Franchi etc. – che, tra i primi, hanno contribuito all’affermazione e alla diffusione della pittura dell’800 italiano.
Un angolo dedicato, insomma, ai diversi aspetti della cultura figurativa dell’800, teso a soddisfare alcune curiosità di chi ci segue e di quanti si accingono ad accostarsi al collezionismo della pittura dell’800 del periodo postrisorgimentale.

..............."Per il Fattori, era una gioia immensa questa ottenuta soluzione; era tale soddisfazione che doveva per forza espandere in presenza dei compagni, che tutti trascinava seco nella camera pagata per dichiarare loro che era sua e che poteva farne quello che voleva, che poteva anche sputare sui muri; ed accompagnava con l'energica azione la strana riflessione.

Del resto in quei passati giorni di prove, poco caso si facevano di certe ricercatezze; fosse il vestito imbrattato di colori, fosse la camera spoglia del necessario, che importava? Al vestito si ridonava il primitivo splendore con una pennellata di un colore approssimativo, a quegli utensili mancanti, necessari in una camera da letto, si rimediava anche con un kepì adoprabile e da adoprarsi.

Non si spaventavano di abitare una soffitta, ed il Fattori ha quasi un rimpianto per quel periodo della sua vita in cui abitava sotto il tetto, e quella volata che in unione al Paganucci, per fare economia, durarono più di un mese a mangiare patate. "Quanti sacchi di patate! - dice ricordando con un sorriso - Poi vennero tutti quei poveri disgraziati del caffè... ci divertivamo! allora portavano anche dei polli, del salame... Ma non avevamo che una forchetta;...poco male, facevamo una volta per ciascuno!".

Ma in mezzo a tanrta spensierata scapataggine, si lavorava, e il Fattori, senza maestri, seppe formarsi, tanto da poter comprendere poi l'imporatnza del rinnovamento pittorico, anzi forse più facilmente lo comprese per questa assoluta mancanza di studi. Aveva l'intelletto vergine, nessuna regola opprimente aveva confuso la sua idealità, la sua spontaneità. Soltanto nel 1861 il Costa, venuto da Roma e frequentando il Michelangiolo, meravigliato della sua non comune disposizione, lo guidò per poco, lo mise su di una buona via; e con quei pochi consigli, una grande attività, ed una naturale tendenza s'incamminò per la via che lo coondusse alla gloria.

Ribelle al giogo accademico fu macchiaiolo ardito e convinto. Nel 1867 espose quelle sue Macchiaiole che destarono una feroce discussione. Era stata aggiudicata la medaglia al dipinto, ma i contraddittori si opponevano: Ussi tra gli altri. Ebbe a difesa prima il Duprè, poi la penna frustante di Telemaco Signorini, e la critica giusta del Martelli.

La ingenuità del suo carattere leale, quella semplicità, che è la caratteristica spiccata dell'uomo, traspare in molti dei suoi lavori.

Egli dipinge dei cavalli, degli animali perchè li sente, così senza quasi saperlo.

-Maestro, voi dovete aver molto studiato la vita degli animali. Voi avete sentito, indovinato i loro sentimenti - gli chiesi un giorno, scusandomi per la troppo segantiniana espressione.

- Io? ma nemmeno l'anatomia delle bestie, ho studiato.

Eppure nulla di più perfetto del movimento dei suoi cavalli che corrono alla battaglia, nulla di più vero di quelle alterezze dei nobili animali, rese con una verità sorprendente.

Qualche volta, quella stessa ingenuità sua, si rivela in queste sue manifestazioni, e si comprende chiaramente come Egli dipingendo non sapeva forse nemmeno ciò che volesse rendere; certo obbediva ad un impulso.

Appunto, a questo proposito, un amico gli chiese una volta:

-Dimmi Fattori, ma questi cavalli, questi soldati, che cosa fanno?

-So un corno che cosa fanno ! Lasciali stare, qualche cosa faranno!

Espressione sincera del suo carattere e che rivela da sola come qualche cosa di potente e d'inconscio ha sempre guidato il suo pennello, dando a tutti i suoi dipinti quella impronra sicura di verità che la ricercatezza, non dà mai, quella scioltezza di linea che risulta moto, e che manca sempre nelle cose volute.

Nei suoi quadri vi è qualche cosa che sorprende poichè sembra che tutto si muova; La Marcatura dei puledri - esposto a Venezia nel 1897 - dà appunto l'illusione di vedere da un minuto all'altro fuggire uno di quei cavalli a stento trattenuti da due braccia poderose.

Forte paesista, ha delle freschezze rugiadose, dei riflessi vividi stupendi, ma pure, perchè il suo ingegno robusto emerga altamente, egli ha bisogno di concetti più virili. La poesia di una vallata verdeggiante, oppure dorata da un pulviscolo luminoso, la sente, ma non vi si può attardare; invece intuisce e fa intuire le fatiche di una marcia forzata, le dolcezze di un riposo.

In quei quadri così pieni di gente in moto, vi è tutto un racconto di passioni frementi, tutta una psicologia che non si sofferma allo studio di un'anima ma che comprende un complesso di passioni formanti una grande azione.

Le sue figure, i suoi butteri, quelle battaglie, quelle riunioni di cavalli, di buoi, hanno un movimento visto ed osservato, non copiato, non è la mossa presa dall'istantanea - oggi così spesso adoprata - ma è la mossa animata che sembra voglia continuare.

Questa potenza di riprodurre la vita è facoltà innata, nessuno studio la insegna, e per questo bisogno di raccontare sulla tela in forma tanto espressiva le sue impressioni, Egli è divenuto grande.

Le sue macchiette, quei bozzetti sparsi nello studio, un cavallo, un soldato, un gruppo di capre, un buttero, sono altrettanto racconti cominciati; e tutto risveglia un'idea precisa, quasi che quel soldato, quel buttero, quel cavallo, fossero lì a significare qualche cosa che poi troveremo spiegato altrove.

Per un contrasto naturale, Egli è molto tranquillo, non ha scatti, nonha nervosità morbose; tutto il fuoco della sua vita sta sulla punta dei pennelli, tutte le energie le prodiga sulle sue tele.

Non avendo avuto maestro, appunto per questa grande spontaneità, non ha avuto bisogno di affaticare per riformarsi, i grandi tentativi per la conquista della luce, che da qualche anno si vanno facendo non lo lasciano indifferente; ma a lui la luce non manca; e pure apprezzando la serietà delle ricerche, sorride bonariamente alle stravaganti espressioni di chi crede imporsi con concetti solo bablbettati, decrepiti prima di essere stati giovani. Ma non si stanca della ricerca; la sua è però una ricerca serena, fa del nuovo perchè ha tuttavia l'anima giovane, e spesso ha dei risvegli sorprendenti.

In queste ultime esposizioni ha mandato dei pastelli di una morbidezza squisita, e dei quadri fatti un po' a pastello, un po' a matita, un po' a brace, che sono assolutamente deliziosi. Non solo, ma sembra che abbia intuito i tempi più di tanti giovani, che pur vogliono far credere di lasciar sulla tela un profondo pensiero filosofico. In questa ultima esposizione di Venezia ha mandato un quadro veramente zoliano, nel quale il povero soldato spento ed abbandonato in un campo, ha il cranio rosicato dai porci.

Profonda osservazione! acuta analisi delle cose umane. Il dimenticato, che forse ha dato la vita pei fratelli finisce per dover dare con la sua carne vita ad altri esseri... non pensanti. Ed i suoi fratelli che fanno? Ahimè, lo hanno dimenticato!

Questo quadro tanto vero, non solo per forma, ma per intendimento, ha un compagno, un seguito, nello studio del pittore, fatto in questi giorni; anche in questo la vita è messa là brutalmente, ma con una efficacia che fa molto pensare.

Vorrei dire che forse egli nemmeno sa di aver messo in queste brevi tele un brano doloroso di vita. Provatevi a domandargli:

-Che cosa ha fatto maestro? che cosa ha nello studio?

Ed Egli vi risponderà, con quel suo fare bonario:

_Vieni, vieni a vedere... chè! nulla di buono; ho fatto un troiaio... un pasticcio... con un po' di tutto!...

Però questa sua modestia, non ha mai retto davanti alla critica accademica... od a quella che crede ingiusta; si è sempre sentito così fedele narratore del vero, che qualche volta si è divertito a provocare queste critiche per poterle ribattere con una sola e quieta risposta.

-Di' un po'- domandava ad un certo professore - che cosa te ne pare di questo lavoro?

- No, Fattori, no, questo non va; hai sbagliato - diceva l'accademico professore.

-Grazie, sia - rispondeva - ora son sicuro di aver fatto una cosa buona.

Giusta trasposizione di giudizio, e naturalissima, data la diversa visione dell'arte.

Ha una memoria straordinaria, quando un soggetto, una visione lo ha colpito, va allo studio e la riproduce perfetta.

Però non ha mai voluto fare ciò che non aveva veduto, ciò che non aveva impressionato il suo sguardo e l'anima sua.

Una volta gli domandai perchè non aveva mandato un lavoro ad un concorso per un quadro rappresentante il Presepio.

-E chi l'ha mai veduto il presepio? - mi rispose.

Le onoreficenze ottenute sono molte, tante che rinunzio ad enumerarle; io ho tentato di rendere l'uomo e il pittore; altri poi penseranno a raccogliere anche queste; per ora, Egli ha tanta somma di energia da ottenerne altrettante, per quanto sia di modestia eccessiva.

Dirò soltanto che un Mercato di cavalli ottenne la medaglia a Vienna, quadro che perì miseramente sotto le onde dell'Oceano dopo essere stato premiato anche a Filadelfia.  Ebbe premi a Colonia, a Parigi, in America.

E' accademico nazionale dell'Accademia Albertina di Torino, professore alla Belle Arti  di Firenze, ma non è cavaliere, e so che non è la cosa che più gli sta a cuore.

A lui basta il suo semplice nome così luminosamente circonadato dall'aureola  della gloria acquistata col lavoro, con la forza dell'ingegno.

Nulla fino ad oggi fa presagire un benchè minimo accenno di debolezza. La sua arte poderosa, l'energia dei concetti, sono ancora là per ricordare ai giovani che soltanto il vero rimane imperituro.

Mai il suo pennello ha avuto debolezze di imitazioni; ha visitato esposizioni, ha girato il mondo, ma è rimasto toscano.

La schiera dei suoi allievi è valorosa. Il Nomellini, il Gambogi, il Panerai, il Micheli, sono tra questi. Però bisogna dire che il più grande, il più sano insegnamento che Egli dà ai suoi allievi è questo:

-Prendi la cassetta, va' fuori, e fa' da te...

Così han potuto liberamente formarsi questi artisti, imparando ad amare il vero, solo prendendo dal maestro il consiglio, mai copiandone i lavori.

Infatti tutti gli scolari del Fattori hanno una caratteristica speciale, e non memori di linee insegnate, si sono sempre rinnovati, seguendo sereni la naturale evoluzione del loro ingegno liberamente sviluppato.

E' uno dei pochi, se non il solo rimasto, dei macchiaioli divenuti grandi, nella piena forza dell'intelletto produttore. Sia fatta a lui corona di onori, egli è tuttavia campione valoroso di questa ultima rinascenza.