Il Tamburino dell’800

In questo spazio la Società di Belle Arti (Vendita quadri 800)segnala alcuni eventi d’arte in corso in Italia e all’estero.
Ad essi si aggiungono notizie più o meno strettamente legate al mondo dell’arte, con una focalizzazione sull’Ottocento; in particolare su collezionismo, quotazioni di mercato, esposizioni, film, moda, spettacolo, critica, cronaca, costume etc. (fonti: “Corriere della Sera”, “Il Sole 24 Ore” e “Il Giornale dell’Arte”).
Specifico rilievo è riservato ai cataloghi oramai introvabili delle grandi collezioni storiche di dipinti dell’800, smembrate tra le due guerre attraverso vendite all’asta, proponendone immagini significative e stralci d’introduzioni di quei critici, letterati e appassionati - Ojetti, Cecchi, Somaré, Raffaello Franchi etc. – che, tra i primi, hanno contribuito all’affermazione e alla diffusione della pittura dell’800 italiano.
Un angolo dedicato, insomma, ai diversi aspetti della cultura figurativa dell’800, teso a soddisfare alcune curiosità di chi ci segue e di quanti si accingono ad accostarsi al collezionismo della pittura dell’800 del periodo postrisorgimentale.

 "L'eleganza nell'arte. Cristiano Banti, pittore macchiaiolo a Montemurlo", è la mostra curata da Vincenzo Farinella in corso a Montemurlo presso la Rocca fino al 4 maggio 2014. 

Di seguito riproduciamo un profilo di Cristiano Banti collezionista tratto dalla monografia sul pittore macchiaiolo  pubblicata da  Giuliano Matteucci, oramai introvabile. (Cassa di Risparmio di San Miniato, San Miniato, 1982).

CRISTIANO BANTI. IL COLLEZIONISTA

Abbiamo già alluso ai molti interessi che nella vita Banti coltivò e a come egli si dedicava a tutti concretamente con uguale fervore proponendosi di raggiungere in ognuno di essi un sempre maggiore approfondimento. Indbbiamente fu la pittura quello dominante anche se musica, collezionismo e fotografia occuparono molto del suo tempo. Se egli non considerò mai il dipingere come la sua professione esclusiva, svolse tuttavia questa attività con grande abnegazione nutrendo per essa un culto quasi religioso. Va detto però che la sua natura, la sua sensibilità artistica, l'umana generosità verso gli amici meno fortunati e le vicende di vita, non si sarebbero a noi rivelate nella loro interezza e più stretta aderenza con la realtà se, oltre alla personalità pittorica, non fosse esistita anche quella del collezionista. Una raccolta d'arte infatti, man mano che passa il tempo, acquista sempre più valore di documento ed è, come un epistolario, la testimonianza del gusto, delle idee, delle emozioni e degli affetti di colui che l'ha costitutita. Là dove nell'epistolario sono le lettere che parlano, nella raccolta sono i quadri il fondamentale mezzo d'espressione. E' da dire però che, mentre da uno scritto non sempre riusciamo a percepire il vero pensiero e la personalità recondita del suo autore, il quadro, al contrario, attestando tangibilmente gli orientamenti e le preferenze di chi lo ha scelto, consente di penetrare a fondo le sue capacità d'intelligenza e d'intuizione. Acume e lungimiranza, oppure limiti ed incomprensioni, emergono pertanto inequivocabilmente, e delineeranno il ritratto culturale del personaggio.

Quando come nel caso di Banti il collezionista è anche pittore, con quella sensibilità e gusto e la complessità di problemi che ciò implica, è presumibile che un criterio logico e critico, e non il comune istinto, abbia giocato nelle scelte. I quadri riuniti da questo tipo di collezionista "qualificato" (in tempi più recenti l'esempio più famoso è stato Picasso), per il fatto di essere espressione dell'atteggiamento culturale di una determinata epoca, non solo passeranno al vaglio dei contemporanei, ma subiranno anche la verifica severa, analitica, imparziale che nel corso degli anni effettuerà la storia. Di riflesso, ne deriverà anche un definitivo verdetto sul collezionista. Insomma, sarà il tempo che stabilirà se egli, nella sua duplice veste di creatore e "conservatore" culturale, guardandosi attorno nella cerchia degli artisti della sua generazione, ha rivelato acutezza identificando le novità che  si andavano maturando attraverso il formarsi di nuove civiltà pittoriche.

Le circostanze hanno impedito che la collezione Banti si rivelasse secondo questo processo di analisi critica, giungendo a noi nell'aspetto splendido che il pittore le aveva dato, avendola nutrita delle presenze che erano frutto di una scelta sofferta. Quindi oggi non siamo in grado di dire se da quell'esame del tempo essa sarebbe uscita consacrata oppure invalidata nei suoi contenuti. Così come attualmente la vediamo nel gruppo di dipinti che la compongono, visibili presso la Galleria d'Arte Moderna di Firenze nella saletta dedicata al Banti, il suo disegno, rispetto a quello che la caratterizzava, risulta interrotto, mutilo di alcune parti vitali. Di conseguenza, essa non può essere assunta come espressione fedele della coscienza artistica di lui, della sua linea di gusto e dei suoi stimoli culturali. La certezza che all'origine il complesso fosse più numeroso e di ben altra portata, la si ha leggendo la schematica descrizione che ne fece il Cecioni quando, con enfatica esaltazione, parlò nella Domenica Letteraria della passione di collezionista dell'amico. Un'idea dell'importanza e del significato che quella raccolta oggi avrebbe avuto nel far rivivere le vocazioni e le predilezioni intime di un personaggio della cultura toscana ottocentesca, il cui principale movente nel collezionare arte era quello di attestare agli amici artisti, con un acquisto, l'ammirazione per la loro opera, la si ha dallo stesso Cecioni che la definisce: "...unica nel suo genere, ed è dal punto di vista storico dell'arte,  importantissima, perchè da alcuni lavori di scuola accademica si passa ai primi tentativi di macchia, poi ai primi risultamenti, e si arriva fino ai tempia ttuali che vengono rappresentati dalla seconda maniera del Boldini".

Non sorprende affatto che un critico attento come il Cecioni, così informato sui fatti del suo tempo, non tenga conto che a Firenze, in quegli stessi anni in cui Banti accresceva la sua fama di mecenate e di collezionista, Diego Martelli e Rinaldo carnielo, anch'essi attivamente impegnati nel sostenere la pittura macchiaiola, costituivano le proprie importanti pinacoteche. Va notato, infatti, che quando lo scrittore pubblicò l'articolo sull'amico, era il tempo in cui, per sollevarsi dalla sua situazione di miseria cronica, egli ne invocava spesso l'aiuto, non perdendo occasione di accattivarsi la sua benevolenza e simpatia esaltandone pubblicamente la figura. Questo secondo fine lo può aver indotto a parlare di  una collezione "unica nel suo genere" e a dimenticare quelle del Martelli e del Carnielo, il quale era anche lui di professione scultore, e già famoso come tale; e si sa quanto Cecioni fosse poco benevolo verso i colleghi di tendenze artistiche diverse  dalle sue.

Tuttavia le informazioni che ci lascia Cecioni, riguardo allo stato della collezione nell'84 sono preziose, anche se indubbiamente parziali. Oltre i cinquanta dipinti di cui ci dà informazione, si ha motivo di credere che ce ne fossero altri, dal momento che sappiamp già che a quell'epoca Banti possedeva alcune opere di fonatanesi, che Cecioni non rammenta. Secondo la sua testimonianza, l'artista più rappresentato era Fattori, con dieci opere; seguivano Boldini con otto, De Tivoli e Abbati, rispettivamente con sei e cinque opere, Signorini, Costa, Cabianca, Gelati e Lega con tre, Borrani, Tedesco, De Nittis, Giovanna Cecioni, Avondo e Bertea con una.

C'è da presumere che negli anni successivi, dati i rapporti frequenti che Banti manteneva con Boldini e con Cabianca, egli abbia acquistato oppure avuto in dono da loro un buon numero di opere; e soprattutto per quel che riguarda Boldini, vedremo che c'è una documentazione a conferma di ciò.

Il nucleo dovette rimanere unito sino alla morte dell'artista. Ma all'esposizione organizzata in via della Colonna nell'ambito della "prima Mostra d'Arte Toscana" nel 1905, si notà già un frazionamento, probabilmente dovuto a questioni di successione. Ne sarebbe una conferma una lettere inviata da Boldini ad Alaide nel mese di gennaio dello stesso anno per attestare il dono fattole di un quadro raffigurante dei buoi. Lo smembramento purtroppo  interessò alcuni fra gli artisti più rappresentativi: i Fattori  esposti diventano sette, di De Tivoli e di Abbati rimangono solo un'opera per ciascuno; invece i Cabianca sono nove, rispetto ai tre rammentati da Cecioni. Ed è in questa occasione che vediamo elencati nel catalogo nove quadri ad olio e sei disegni del Fontanesi; sei dei quadri erano stati esposti alla Biennale di Venezia del 1901. Significativa la presenza, tra le opere esposte, di tre acqueforti di Fortuny e di un disegno a matita e pastello di Whistler. E' incerto se le opere fossero in vendita; ma in questo caso gli acquirenti più probabili dovettero essere Enrico Checcucci e Mario Galli. Lo si desume dal fatto che molti quadri indicati come già appartenuti al Banti comparvero tra il 1910 e il 1929 sul mercato di Firenze e di milano in vendite pubbliche alla cui organizazzione non furono estranei i due mercanti e collezionisti toscani. La prima fu tenuta a Milano nel 1910 dalla casa Luigi Battistelli, che presentò un insieme in cui è difficile riconoscere la fisionomia della raccolta e lo spirito di chi l'aveva riunita. Interessante il fatto che il nucleo degli otto dipinti antichi era costituito essenzialmente da opere attribuite al Seicento spagnolo e al Settecento inglese; mentre fra i moderni è da segnalare la presenza di due Courbet, un Delacroix ed un Corot.

Molto più importante per quel che riguarda gli artisti dell'Ottocento italiano, fu la vendita, sempre organizzata dalla casa Battistelli, che ebbe luogo a Firenze nel 1913, con riferimento esplicito alla galleria di Enrico Checcucci. I quadri posti in vendita non venivano tutti presentati  come provenienti dalla collezione Banti: ma, dato il carattere delle opere, è da credere che quelle designate come appartenute ad essa, lo fossero effettivamente, tanto più che alcune recavano la dedica dell'autore all'antico proprietario. Delle cinquanta di provenienza della collezione Banti indicate in catalogo, ventuno erano del Boldini, quasi tutte eseguite in Italia, e in gran parte prima del trasferimento a Parigi. Dai titoli, risulta che l'artista, nei suoi soggiorni presso l'amico, era giunto a tale dimestichezza con la marchesa Vettori da farla posare per dei bozzetti in varie occasioni. Due di queste opere, apparse alla vendita, furono acquistate da Ugo ojetti assieme alla Giovane donna in poltrona a dondolo in cui è probabilmente effigiata la moglie del Banti........